Attualità del sionismo
Oggi, in certi ambienti di sinistra, il sionismo è spesso ridotto a un fenomeno politico moderno, nato solamente alla fine del XIX secolo con Theodor Herzl. Se è indubbio che con Herzl il movimento sionista abbia acquisito una struttura e un'agenda politica internazionali, andando oltre il superficialismo – e talvolta l’ignoranza – un'analisi storica più attenta rivela una realtà molto più complessa, le cui radici affondano in una storia millenaria e che ha saputo generare, al suo interno, alcune delle più audaci utopie sociali del XX secolo.
Oltre al primo congresso sionista di Basilea del 1897, occorre approfondire la lunga notte della diaspora ebraica. Dopo la distruzione del Secondo Tempio da parte dei Romani nel 70 d.C. e la conseguente dispersione, il legame con la terra d'Israele (Eretz Israel) non si spezzò, ma si trasformò in un legame spirituale, culturale e identitario, mantenuto vivo attraverso la preghiera, la letteratura e i riti. Per quasi duemila anni, ogni ebreo, ovunque nel mondo, ha rivolto lo sguardo verso Gerusalemme durante la preghiera e ha concluso il Seder di Pesach con la frase 'L'Shanah Haba'ah B'Yerushalayim' ('L'anno prossimo a Gerusalemme'). Non era solo un desiderio, ma un atto di memoria collettiva che trasmetteva di generazione in generazione l'idea di un ritorno. Una nostalgia non passiva, espressa anche nella poesia: nel Medioevo, poeti come Yehuda Halevi cantavano questo anelito con la celebre frase: 'Il mio cuore è in Oriente, ma io sono ai confini d'Occidente'.
Le Aliyot, piccole ondate migratorie, si susseguirono nei secoli, spesso guidate da figure religiose che cercavano di ristabilire comunità nella Terra Santa. Il sionismo politico moderno, quindi, non inventò l'idea del ritorno; la laicizzò, la trasformò in un progetto nazionale e le fornì gli strumenti del pensiero politico europeo dell'Ottocento per renderla realizzabile.
Se il sionismo politico fu la cornice, una delle sue correnti più potenti e idealistiche fu il sionismo socialista, o laburista. Pensatori come A.D. Gordon e Ber Borochov immaginavano che la rinascita nazionale ebraica potesse avvenire solo attraverso una rivoluzione sociale: la creazione di un 'nuovo ebreo', contadino e lavoratore, lontano dagli stereotipi della diaspora, e la costruzione di una società basata sull'uguaglianza e sulla giustizia.
Questo ideale trovò la sua massima espressione e realizzazione nel kibbutz.
Il kibbutz (parola ebraica per 'comunità' o 'gruppo') era molto più di un villaggio agricolo: era un esperimento sociale radicale, una comunità in cui la proprietà era collettiva, il lavoro era organizzato in comune e i beni erano distribuiti secondo il principio 'da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni'. I bambini crescevano insieme, le decisioni venivano prese in assemblea e l'individualismo economico era subordinato al benessere del gruppo.
Coloro che oggi, a sinistra, si definiscono antisionisti e stabiliscono il loro obiettivo strategico nella 'cacciata' degli ebrei dalla loro terra e da qualsiasi comunità politica, sociale, scientifica, di istruzione etc (uso un eufemismo, poiché nei cortei abbiamo visto e sentito augurare e auspicare destini ben più cruenti, e non solo da segmenti estremisti), forse non si rendono conto di rinnegare la stessa storia che, purtroppo solo brevemente e in piccolo, è riuscita a realizzare gli orizzonti che da sempre dovrebbero essere propri della sinistra.
In un'epoca segnata dal fallimento di molti grandi progetti socialisti, statali e non, i kibbutzim rappresentarono sicuramente l'esempio più concreto e duraturo di realizzazione di un ideale socialista su piccola scala. Non erano una teoria, ma una pratica quotidiana di democrazia diretta, eguaglianza e solidarietà. Pur avendo affrontato nel tempo sfide economiche e sociali che ne hanno modificato il modello originario, i kibbutzim rimangono una testimonianza unica di come un sogno utopico sia stato trasformato in una realtà vivente e funzionante per decenni. E proprio grazie e attraverso il sionismo!
L’operazione politica, messa in atto oggi, che confonde sionismo e messianesimo è un errore concettuale grave – sempre che non si tratti, appunto, di malafede.
Il messianesimo ebraico è una dottrina religiosa che postula l'avvento di un'era di redenzione universale, guidata da un Messia inviato da Dio. È un processo escatologico, divino e soprannaturale, che richiede paziente attesa e fede. L'uomo non può e non deve forzare i tempi di Dio.
Il sionismo, al contrario, è un movimento immanente, secolare e pragmatico. Esso sostiene che il popolo ebraico debba prendere in mano il proprio destino, usando gli strumenti politici, sociali ed economici. La celebre frase di Theodor Herzl, 'Se lo vuoi, non è un sogno', incarna perfettamente questa filosofia attiva e umanista. Non si attende un intervento divino, ma si costruisce attivamente una soluzione a un problema storico: l'antisemitismo e la condizione di apolidia.
A ulteriore dimostrazione di questa necessaria netta distinzione, basti ricordare che gran parte del mondo ebraico ultra-ortodosso oppose una ferma resistenza al sionismo alle sue origini, considerandolo una bestemmia: un tentativo blasfemo dell'uomo di 'affrettare la fine dei tempi' e di usurpare un ruolo che spetta solo a Dio. Questa ostilità storica è la prova più lampante che, per i suoi stessi protagonisti, sionismo e messianesimo non solo non sono la stessa cosa, ma sono due visioni del mondo inconciliabili.
Il sionismo è un fenomeno poliedrico che poggia su una radice storica antichissima, ha dato vita a uno dei più interessanti esperimenti sociali del Novecento e si fonda su un principio di auto-determinazione laica e umana. È fondamentale quindi non confonderlo con il messianesimo ebraico, con cui condivide un orizzonte simbolico ma da cui diverge radicalmente nella sua natura e nei suoi metodi.
Nello scrivere queste righe oggi, ho affiancato al mio pensiero un minimo di ricerca storica per argomentare e andare oltre il sentimento.
Spero, e mi auguro – anche se temo non sarà così – che questo possa diventare un approccio maggioritario.
Altrimenti, l’antisionismo altro non è che un'offesa all'intelligenza.
Proclamarsi antisionisti oggi, per molti, equivale ad essere antisemiti. Non nascondetevi dietro un superficialismo per nulla credibile.
