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Gaza, fai quel che devi, accada quel che può

Il piano del presidente statunitense Donald Trump per un cessate il fuoco a Gaza riempie le 'pagine' dei media e impegna in spesso pretestuose e futili discussioni le 'avanguardie' intellettuali nostrane.

Parto da una premessa, tanto ovvia quanto necessaria, affinché sia chiaro che per quanto mi riguarda non si tratta di sostenere questo o quel leader. Non ho preconcetti sulle ipotesi in campo e credo che oggi, più che mai, sia necessario agire in fretta per il bene di tutti. 

Non nutro alcuna stima politica per l'attuale presidente USA Trump e, se possibile, ne ho ancor meno per il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Detto ciò, ritengo sia indispensabile intervenire per guidare e costruire un processo che porti, nel più breve periodo possibile, alla liberazione degli ostaggi, alla restituzione dei corpi di coloro che in prigionia hanno perso la vita (e per favore, smettiamola di definire 'ostaggi' anche i cadaveri...), alla cessazione delle attività militari nell'intera Striscia e in Cisgiordania.

Scarto pertanto, fin da subito, qualsiasi ipotesi che presenti obiettivi non credibili, o dal mio punto di vista non etici, da una parte e dall'altra. Scarto la follia della 'Grande Israele' e scarto la follia di uno 'Stato di Palestina' decretato frettolosamente sulla carta. E prima di sentire le 'urla' mediatiche, non pongo sullo stesso piano i due estremismi: la 'Grande Israele' è un obiettivo politico da respingere sempre e comunque; lo Stato di Palestina va costruito nella classe dirigente, nei confini, nell'organizzazione statuale. Decretarlo oggi, con le attuali condizioni geopolitiche, significherebbe solo porre le basi per un nuovo, rapido conflitto.

Oggi non è possibile parlare di stato di Palestina, occorre prima che Israele si liberi di un governo sostenuto dai fascisti. Oggi non è possibile parlare di classe politica dirigente palestinese, occorre prima che le diverse tribù che compongono la società palestinese superino la guerra interna e si costituiscano internamente come soggetto nazione.

Ci sono tanti piccoli passi intermedi da compiere, forzare significa negare il valore della politica, per l'uno e per l'altro dei contendenti.
Serve intelligenza e lungimiranza.

Non è tempo di ideologie. La pace si costruisce solo attraverso avanzamenti graduali e piccoli passi che portino al superamento reale delle barriere d'odio sedimentatesi nel corso degli ultimi anni. 

Il resto sono chiacchiere, e chiacchiere molto pericolose.

Alcuni commentatori politici sollevano dubbi e perplessità su alcune presunte vaghezze del piano. Verissimo: è un piano che non definisce percorsi lineari e obbligati, scadenze a lungo termine ed evoluzione costruita a tavolino.

Non mi interessa indagare qui se tali vaghezze siano dovute a superficialità o vacuità della parte estensora, poco importa. Penso che l'elasticità sia un carattere necessario per poter anche solo immaginare di intraprendere un percorso. 

Siamo di fronte a una situazione di odio e terrore derivata dagli immondi avvenimenti del 7 ottobre e ulteriormente sedimentata dall'orrore di due anni di guerra.

Oggi è necessario stabilire cosa deve cessare di essere e cosa non deve accadere in futuro, ponendosi sì degli obiettivi, ma conservando l'elasticità per attuare passaggi consequenziali che rendano l'evoluzione non una mera imposizione di organismi internazionali squilibrati e non in grado di mantenere fede alle promesse e di regolare percorsi realmente evolutivi.

Da questo punto di vista, è confortante osservare l'adesione al percorso proposto da parte di leader e stati di riferimento delle parti in causa nel conflitto, compresi i 'peggiori' soggetti politici della scena mondiale. 

La possibilità di costruire una forza internazionale basata sulla Lega Araba rappresenta la vera, enorme novità di questo passaggio. 

Se davvero si concretizzasse l'ipotesi di far gestire a questa forza la transizione del governo di Gaza, la garanzia del disarmo di Hamas, l'attività di controllo e polizia sul territorio, garantendo nel contempo la ricostruzione politica dell'attuale screditatissima ANP, si sarebbero davvero poste le basi per un futuro che dia finalmente vita ai due stati per due popoli.

E, piccola considerazione personale: meno male che la politica internazionale sembra avviata su questa strada, perché se leader e stati seguissero il miserabile modello di 'confronto' attuato in Italia da classe politica, intellettuale e giornalistica, sarebbero guai per tutti.

E nessuno faccia l'anima santa: un accordo di tale portata, se effettivamente ci sarà, comporterà compromessi dolorosi per tutti, dai lasciapassare e l'esilio per i membri di Hamas all'immunità per Netanyahu. Sarebbe un accordo compromesso tra democrazie, sceicchi, re e dittatori, in nome di un obiettivo superiore, un obiettivo per cui non è credibile non potersi sporcare le mani.

Da parte mia, l'unico punto irrinunciabile è non dimenticare il 7 ottobre. Non è stato un atto di guerra, non esiste legittimazione alcuna. È stato, e sempre sarà, orrore puro. Per questo ho pubblicato qui alcuni video non censurati in cui è crudamente mostrata la violenza sulle donne costrette a praticare sesso orale ai miliziani, in cui vengono filmate pratiche di esplorazione rettale e vaginale sui cadaveri, in cui viene aperto il ventre di una donna incinta (viva) per accoltellarne il feto.

È difficile arrivare in fondo a queste testimonianze video, ma occorre farlo, occorre divulgare questi filmati. 

Non ci devono più essere giornaliste e direttori di tg che mettono in dubbio quanto accaduto!


L’importante è osare e usarsi, l’importante è accettare ogni sfida che può guadagnare un grammo in più di libertà. (Marco Pannella)



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