Referendum: fatti non foste a viver come bruti
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, verso 119 del canto XXVI dell’Inferno, un accorato appello dantesco contro l’imbarbarimento dell’essere umano, che ci ammonisce, in quanto uomini, a fare tesoro della nostra intelligenza.
Il 22 e 23 marzo non si tratta di una semplice scheda da compilare in favore del governo o contro questo o quel ministro, magistrato o segreteria di partito, né di un atto formale di routine. È un'occasione storica, un momento di svolta che riguarda tutti, perché il sistema giudiziario è un pilastro della democrazia: non appartiene solo a una parte politica, ma ai cittadini, gli unici protagonisti della democrazia. Un'opportunità per esercitare il diritto di partecipare attivamente alla vita pubblica, di scegliere e di incidere sul futuro del sistema giudiziario e, di riflesso, sulla nostra libertà. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta che, come scriveva Alexis de Tocqueville, 'mette il popolo al centro della scena, non come spettatore ma come protagonista'.
Eppure, questa occasione rischia di essere sprecata, come troppe altre, nel silenzio o nel disinteresse di chi preferisce confidare nell’inerzia piuttosto che nell’intelligenza e nella responsabilità. La storia del nostro Paese è costellata di momenti in cui la partecipazione civica ha fatto la differenza: pensiamo alle lotte per l’affermazione dei diritti, al divorzio, all'aborto, alle grandi battaglie di progresso civile molto spesso condotte anche contro le grandi forze partitiche, comuniste o democristiane che fossero. Anche oggi ci troviamo di fronte a una sfida: quella di decidere sul futuro della nostra giustizia, di un sistema che troppo spesso si è dimostrato inadeguato, soggetto a influenze politiche, e troppo distante dalle reali esigenze di tutela dei diritti.
La riforma oggetto del referendum rappresenta l'atto conclusivo di un percorso di profonda trasformazione del nostro sistema giudiziario, che ha visto un passaggio fondamentale dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Fino agli anni '80, l'Italia aveva un sistema processuale di stampo inquisitorio, erede di un retaggio autoritario (unificazione della carriere con Decreto regio 1941, l'allora ministro Grandi dichiarò che la misura si rendeva necessaria per allineare al meglio la magistratura al regime...), che prevedeva un ruolo molto più centrale del rapporto diretto tra pubblico ministero e giudice, spesso con scarsi spazi di garanzia per l'imputato. La riforma Cartabia, approvata nel 2022, ha segnato uno dei passaggi più significativi di questa transizione, introducendo strumenti e principi che avvicinano il nostro processo a quello di altri paesi europei, con l'obiettivo di garantire più equità, trasparenza e rispetto dei diritti fondamentali. Questa riforma non è un episodio isolato, ma il risultato di un lungo percorso iniziato negli anni 2000, con un forte sostegno anche da parte di quella parte di sinistra che ha sempre creduto nel valore di un sistema più giusto e indipendente, come testimoniano numerosi interventi di figure di peso e citazioni di intellettuali e giuristi.
Non è vero che la separazione tra giudici e pubblici ministeri esiste già in modo sostanziale. La formalizzazione di questa distinzione, che a volte può sembrare solo un atto formale, rappresenta invece un passaggio di fondamentale importanza: garantisce una distinzione di ruoli che prima si confondevano, riducendo il rischio di ingerenze e conflitti di interesse. La separazione delle carriere non è solo un simbolo, ma un atto di sostanza: rafforza l'indipendenza del giudice rispetto all'accusa, riduce il rischio di influenze e condizionamenti e rende più trasparente l'intero procedimento penale.
Un ulteriore passo importante riguarda la separazione dei membri del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. Questa distinzione si rende necessaria per completare concretamente il processo di separazione delle carriere. Se si vuole garantire davvero l'indipendenza del giudice e la trasparenza del sistema, bisogna evitare che i membri del CSM siano scelti o influenzati da logiche di potere o appartenenza a correnti. Per questo, l'introduzione del sorteggio tra i membri del CSM rappresenta una vera e propria rivoluzione: un meccanismo che azzera le logiche di scambio di favori o accordi sottobanco, spesso protagonisti di episodi di scambio di potere. Ricordiamo alcuni casi noti, come le nomine influenzate da logiche di scambio tra correnti, o le recenti polemiche sulle promozioni, che hanno evidenziato come il peso delle appartenenze e degli accordi abbia enormi margini di influenza. Con il sorteggio, si punta a garantire maggiore meritocrazia, trasparenza e meno intrecci di potere. E tutto ciò tra magistrati, con la certezza che il sorteggio avviene tra pari, senza mettere in discussione la loro validità e imparzialità.
Il cambio di paradigma richiesto da questa riforma si inserisce in un quadro più ampio di riforme che, nel corso della storia italiana, hanno tentato di modernizzare e rafforzare il sistema giudiziario, spesso incontrando grandi resistenze. La giustizia, infatti, non deve mai essere interpretata come un'espressione di potere, bensì come un equilibrio tra poteri, un'istanza di garanzia per ogni cittadino, indipendentemente dalla sua appartenenza politica. La separazione delle carriere rappresenta una tappa fondamentale di questo percorso: non solo per migliorare l'efficienza, ma anche per rendere più difficile manipolazioni e abusi.
Ma attenzione: questa non è una battaglia ideologica né un semplice scontro tra schieramenti politici. È, prima di tutto, un esercizio di responsabilità civica. Votare sì o no non può essere deciso sulla base di slogan, antipatie o propaganda. La scelta deve nascere dalla conoscenza, dall'approfondimento e dal senso critico. Ricordo le parole di Hannah Arendt (tra l'altro autrice de 'La banalità del male'), che sottolineava come 'la libertà di pensiero e di giudizio sia la condizione stessa della libertà politica'. Se rinunciamo a questa libertà, lasciando ad altri il compito di decidere per noi, ci autoescludiamo dalla responsabilità di essere cittadini consapevoli.
E qui si inserisce un elemento fondamentale: votare per motivi etici o ideologici, per esempio contro il governo o contro alcuni partiti, non è una scelta sana e responsabile. La nostra democrazia si fonda sul rispetto dello Stato di diritto, non su uno Stato etico che pretende di imporre -seppur attraverso i partiti- un'idea di moralità o di ordine morale. Votare per motivi esclusivamente etici o ideologici rischia di distogliere l'attenzione dai principi fondamentali di garanzia e di libertà che devono reggere il nostro sistema giuridico. La vera scelta etica è quella di sostenere le riforme che rafforzano lo Stato di diritto, che garantiscono l'indipendenza e l'imparzialità della magistratura, e che tutelano i diritti di tutti, senza distinzioni di fede, ideologia o appartenenza politica.
Ecco il vero problema: l’inerzia, l’indifferenza, o peggio, la superficialità con cui molti affrontano questa consultazione. Votare solo seguendo le indicazioni di un partito o, peggio, contro il ministro o il governo di turno, è un atto di negazione della propria intelligenza, un’autodistruzione del proprio ruolo di cittadini liberi e pensanti. È un atteggiamento che, come ammoniva Tocqueville, “rende il popolo incapace di esercitare il suo potere e di difendere i suoi diritti”.
Come scriveva Voltaire, 'Il modo più sicuro di essere imbrogliati è credere di non poter essere ingannati'. La disinformazione dilaga, i populismi si moltiplicano e campagne di propaganda spesso si basano su slogan vuoti e interessi di parte. Tanti professorini, maghi e maghette, troppi, incapaci di comprendere il presente giudicano sulla base di interpretazioni e divinazioni di quel che accadrà dopo, senza basi reali e concrete, senza alcun riferimento alla norma scritta oggetto del referendum. È il momento di resistere, di scavare oltre le apparenze e di cercare le vere ragioni di questa riforma. Per questo, l'invito è a consultare fonti autorevoli, approfondire, leggere e informarsi con spirito critico.
Tra le voci più autorevoli e competenti che si sono espresse nel fronte del Sì, segnalo Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, che presiede il comitato 'Sì Separa', costituito dalla Fondazione Luigi Einaudi che conta tra i suoi sostenitori figure di spicco come Antonio Di Pietro, Pierluigi Battista, Flavia Fratello, Nicolò Zanon e Matteo Hallissey. Una figura di grande esperienza che afferma: 'Se vogliamo una giustizia più giusta, più indipendente, più efficiente, dobbiamo approvare questa riforma'. La sua opinione, insieme a quella di altri esperti, rappresenta un patrimonio di responsabilità e conoscenza da non ignorare.
Per approfondire, visitate il sito. Troverete analisi, informazioni e strumenti utili a capire cosa si sta decidendo. La vera sfida non è tra destra e sinistra, tra governo e opposizione, ma tra chi sceglie di essere un cittadino passivo e chi, invece, si assume la responsabilità di essere protagonista della propria democrazia.
Infine ricordo ancora le parole di Dante Alighieri, che nel suo Inferno ci ammonisce: 'Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza'. Questa frase è un monito: non possiamo accettare di vivere nell'ignoranza, nella rassegnazione o nel disinteresse. La dignità di cittadino attivo si misura anche così: partecipando, informandosi e decidendo con consapevolezza del nostro futuro.
L'Italia ha attraversato momenti difficili, spesso causati dall'assenza di un vero impegno civico. La storia giudiziaria e politica del nostro Paese ci mette di fronte a un bivio: continuare a vivere come i bruti, ciechi e sordi, o riscoprire la nostra dignità di cittadini liberi e responsabili. La scelta è nelle vostre mani: esercitate il vostro potere decisionale con coscienza e fermezza.
Non lasciate che altri decidano al vostro posto o vi usino per il loro tornaconto elettorale. Votate, e fatelo con la testa e con il cuore, perché il vostro voto è il vostro potere. La storia ci insegna che grandi cambiamenti nascono spesso da scelte coraggiose di pochi, ma si consolidano e diventano patrimonio collettivo solo se ogni cittadino sceglie di essere protagonista, non spettatore passivo.
#iovotosì
